Risonanza magnetica: le zone colorate sono aree del cervello più attive (Cortesia I.Washington).

Nuove mappe del cervello per le nostre letture.

In genere si impara a leggere durante l’infanzia. Grazie a un complesso processo cognitivo ognuno inizia a decifrare attraverso la vista dei simboli scritti. Questi inducono la produzione di segnali chimici nel cervello e le molecole chimiche sono poi “tradotte” in parole, messaggi ed emozioni. Ma che cosa succede nel nostro cervello quando impariamo a leggere?

Siamo tutti d’accordo sul fatto che leggere faccia bene. E’ stato dimostrato che il processo neurofisiologico alla base della lettura stimola positivamente il sistema nervoso centrale, generando effetti benefici a livello comportamentale.

Tuttavia leggere rappresenta un fenomeno culturale recente, potremmo dire una “novità” se rapportata alla scala temporale dell’evoluzione nella nostra specie. Quindi è difficile pensare che ci sia stato il tempo, dal punto di vista evolutivo, per sviluppare specifici adattamenti nel nostro organismo finalizzati a sviluppare questa capacità. E’ possibile allora che per leggere sfruttiamo aree del nostro cervello dedicate anche ad altro.

Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinati dal francese Stanislas Dehaene, neuroscienziato del Centro di Neuroimaging Cognitivo del Commissariat à l’Energie Atomique (CEA), ha indagato i meccanismi neurofisiologici che stanno alla base della lettura. I ricercatori hanno studiato l’attività cerebrale in 31 soggetti che avevano imparato a leggere durante l’infanzia, in 22 che avevano imparato solo da adulti e in 10 analfabeti. Per mappare le aree del cervello coinvolte nel processo della lettura hanno impiegato la risonanza magnetica mentre i soggetti erano sottoposti a specifici test di tipo cognitivo. La ricerca, pubblicata sulla rivista “Science”, è importante e innovativa perché sono stati considerati per la prima volta anche dei soggetti ex-analfabeti (i 22 che avevano imparato a leggere da adulti). E’ stato quindi possibile ottenere un quadro più ampio del processo di alfabetizzazione nell’uomo.

Per prima cosa, misurando le variazioni del flusso sanguigno nel cervello, sono state individuate le regioni usate per leggere. In particolare tutti i soggetti alfabetizzati, indipendentemente da quando avevano imparato a leggere, hanno mostrato una maggiore attività a livello del lobo temporale e occipitale di sinistra. In queste aree si localizzano anche importanti centri di controllo della visione oculare.

I ricercatori hanno poi evidenziato un’intrigante sovrapposizione funzionale a livello dell’emisfero di sinistra. Questa regione infatti, oltre a essere coinvolta nel riconoscimento delle parole scritte, è deputata al controllo del linguaggio. Per cui il “più recente” meccanismo della lettura e del riconoscimento del linguaggio scritto sembra utilizzare in realtà vie di trasmissione cerebrale sviluppatesi da ben più tempo per articolare il linguaggio verbale nella specie umana.

Dunque specifiche regioni del cervello si sono combinate funzionalmente, probabilmente sotto forti spinte adattative, per metterci in condizione di leggere. Tuttavia questa straordinaria prova di riprogrammazione delle capacità cognitive da parte del nostro cervello potrebbe riservare delle sorprese. Infatti i soggetti che hanno imparato a leggere da giovani sembrano avere una ridotta attività cerebrale a livello della corteccia temporale e occipitale di sinistra. Queste aree sono coinvolte nel riconoscimento delle immagini di volti. Al contrario, gli analfabeti sembrano essere più fisionomisti.

Il gruppo di Dehaene sta approfondendo questo aspetto. Nel frattempo non dimentichiamoci, nel caso fossimo appassionati lettori, che potremmo avere qualche difficoltà, magari alla mattina un po’ assonnati, nel riconoscerci davanti alla specchio.

(Roberto Insolia – Corriere del Ticino Web+)

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