Foreste tropicali e clima

L'aumento della temperatura a seguito del riscaldamento globale, secondo il modello climatico del Met Office britannico. (Cortesia: R.A. Rohde)

Non tutto il caldo vien per nuocere (forse).


Studiare la Terra com’era nel passato, com’era il suo clima, quali e quante specie viventi ci fossero non è un puro esercizio da climatologi o da scienziati nostalgici. Può servire per interpretare il presente e cercare di valutare il futuro del nostro pianeta. Allo scopo tassativo di modificare le nostre cattive abitudini.

Un anno fa, come ci ricorda un articolo su “Nature”, con il Climategate era sembrato che il riscaldamento globale fosse una colossale truffa. Oggi invece possiamo dire che il riscaldamento globale di origine antropica (cioè per colpa nostra) esiste. Addirittura potremmo essere stati un po’ ottimisti nelle valutazioni. Vicky Pope, una dei responsabili del Met Office britannico, precisa che gli oceani si stanno scaldando più di quanto finora avessimo stimato.

La materia è complessa e ci sono in gioco, oltre ai finanziamenti per le ricerche scientifiche stesse, anche moltissimi quattrini legati alle attività umane direttamente o indirettamente responsabili del riscaldamento planetario. E’ innegabile che i dati ottenuti da queste ricerche potrebbero portare a radicali cambiamenti nella nostra vita, con enormi implicazioni economiche e sociali. Quindi bisogna accogliere e valutare ogni nuovo studio con estremo interesse e senso critico.

Carlos Jaramillo, dello Smithsonian Tropical Research Institute di Panama, ha recentemente pubblicato in un articolo su “Science” i risultati di una lunga ricerca condotta nella foresta tropicale della Colombia e del Venezuela. E’ questa una zona con temperature di 20-28 gradi, elevatissima umidità, animali non sempre amichevoli e… trafficanti di droga. Eh sì, perchè questi Paesi sudamericani oltre a ospitare la più spiccata biodiversità sono flagellati dal problema del narcotraffico.

Il gruppo coordinato da Jaramillo ha studiato una precisa epoca geologica risalente a 56 milioni di anni fa, detta “massimo termico del Paleocene–Eocene” (PETM). Allora la temperatura sul pianeta era aumentata di circa 5 gradi nell’arco di soli 20 mila anni, con un significativo incremento dell’anidride carbonica atmosferica. Per sette anni i ricercatori hanno scavato e raccolto diversi campioni di roccia che risalivano al PETM. Queste rocce contenevano dei granuli di polline fossilizzato. Ogni campione di polline è stato analizzato, evidenziando una media di 36 specie diverse risalenti al PETM contro una media di 24 specie diverse appartenenti a epoche più antiche e più fredde. Nell’epoca del PETM, più sfavorevole, c’è stato quindi un aumento nella varietà di piante soprattutto fra le angiosperme, cioè le piante con fiore. Si è sempre pensato che l’aumento della temperatura e dell’anidride carbonica sfavorisse molte piante, incapaci di adattarsi alle nuove e difficili condizioni. Invece Jaramillo ha dimostrato come nel passato la foresta tropicale sia stata in grado di rispondere agli stimoli ambientali avversi, addirittura aumentando il numero di specie e quindi arricchendo la sua biodiversità.

Fin qui, buone notizie. Il riscaldamento globale fa un po’ meno paura, almeno alle piante. Comunque bisogna considerare anche altri aspetti. Per esempio, come suggerisce Guy Harrington, paleobiologo dell’Università di Birmingham, è importante la velocità con cui si potrebbe innalzare la temperatura. Le piante, attraverso la selezione naturale, devono infatti avere il tempo per trovare i migliori adattamenti alle nuove condizioni. Inoltre nel periodo PETM indagato da Jaramillo non c’è stata una riduzione nelle risorse idriche. Purtroppo non siamo sicuri che sarà lo stesso nel futuro del nostro pianeta. Questo potrebbe rappresentare un’ulteriore difficoltà adattativa per le piante. E ancora: tutto ciò che è accaduto nelle regioni tropicali potrebbe valere anche nelle altre zone della Terra?

Studi di questo tipo probabilmente possono portare a una visione anche più ottimistica del futuro. Tuttavia c’è molto da fare. Il riscaldamento globale è un fenomeno scientificamente provato e quindi sono giustificati gli studi e gli sforzi economici intrapresi per contenerlo. E dal momento che la foresta tropicale ha dimostrato di avere le potenzialità per resistere e di potere essere la nostra grande alleata, il suo disboscamento massiccio è certamente una delle prime attività umane da combattere duramente.

(Roberto Insolia – Corriere del Ticino Web+)