La Royal Society a Londra

Da un rapporto della Royal Society di Londra la “mappa geografica” della ricerca scientifica appare sempre più eterogenea: cresce la globalizzazione della scienza, con la Cina in prima linea.

(Roberto Insolia – OggiScienza)


Sempre più nazioni fanno ricerca e in modo sempre più collaborativo: è quanto emerge da un rapporto sull’evoluzione delle collaborazioni scientifiche all’interno della comunità globale pubblicato poche settimane fa dalla Royal Society di Londra. Attingendo al database di letteratura scientificaScopus è stata infatti valutata, dal 1996 al 2008, la produzione scientifica mondiale sottoposta a peer-review. Nel 2008, ben 218 nazioni hanno prodotto oltre un milione e mezzo di pubblicazioni scientifiche: si parte con le 320.000 degli Stati Uniti, le 163.000 della Cina, le 98.000 dell’Inghilterra per arrivare alla prima pubblicazione della piccola isola polinesiana di Tuvalu .

Se il baluardo dell’attività scientifica negli Stati Uniti rimane intatto (rappresentando infatti il 21% della produzione mondiale), certamente colpisce il secondo posto raggiunto dalla Cina. In questa sorta di listino della Borsa scientifica, il paese asiatico sale inesorabilmente mentre altri arrancano un po’: fra il 1996 e il 2008 l’attività scientifica della Cina è passata dal 4,4% al 10,2% della produzione mondiale (e si stima che, nel giro di qualche anno, supererà quella degli Stati Uniti), mentre quella dell’Inghilterra è scesa dal 7% al 6,5%. Stentano anche Francia, Germania e Giappone, mentre Corea del Sud, India, Brasile e Turchia investono e produco ricerca.

Ma anche nella ricerca scientifica la quantità non è tutto. Ecco allora che, considerando il numero di citazioni di un articolo sulle altre riviste scientifiche, la produzione statunitense rimane ancora di estrema qualità: nel 2008 sono stati citati il 30% degli articoli statunitensi, a fronte di un “misero” 4% di quelli cinesi.

Altro punto di interesse emerso dal rapporto della Royal Society è il peso sempre più rilevante assunto dalle collaborazioni in campo scientifico: oltre il 35% delle pubblicazioni, infatti, è frutto del lavoro di grossi team, che si tratti di complesse strutture politico-sociali come la Comunità europea, di organizzazioni internazionali come il CERN di Ginevra o di fondazioni filantropiche private quali la Gates Foundation. Talvolta le collaborazioni assumono un carattere inatteso, come ha sottolineato il Financial Times evidenziando un progressivo aumento della collaborazione scientifica fra Iran e Stati Uniti, nonostante le tensioni politiche fra i due Paesi. A proposito: proprio l’Iran ha mostrato l’aumento maggiore, in termini assoluti, nel numero di articoli scientifici pubblicati, passando dai 736 del 1996 ai 13.238 del 2008.

L’Italia, nonostante le traversie che affliggono la nostra ricerca, ha incrementato il numero di pubblicazioni del 30%, negli anni 2004-2008 rispetto al quadriennio 1996-2000; è così riuscita a mantenersi stabile al 3,5% della produzione scientifica mondiale. Da notare che, a casa nostra, ben il 49% dei finanziamenti per fare ricerca arriva dallo Stato, anche se solo l’1% del nostro prodotto interno lordo viene investito in ricerca e sviluppo.

Infine, il rapporto inglese ci dice che nel mondo si spendono per la ricerca circa 1000 miliardi di dollari all’anno, il 45% in più rispetto al 2002; in parallelo, i ricercatori sono passati da 5,7 milioni a oltre 7 milioni. Numeri che danno fiducia.


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