febbraio 2012


Via Scoop.itMed News

Le oltre 7.500 firme raccolte per The Cost of Knowledge, la campagna di boicottaggio nei confronti dell’esosa casa editrice Elsevier [ http://goo.gl/gqtLV ], sembrano avere raggiunto un primo importante traguardo nei confronti del Research Works Act; è questo infatti il disegno di legge che vuole mettere il bavaglio alla pubblicazione open access dei dati delle ricerche finanziate con soldi pubblici americani [ http://goo.gl/PygYY ].
Proprio Elsevier che inizialmente (e ovviamente…) si era schierata a favore del Research Works Act, fa ora marcia indietro: dice di voler ritirare il supporto a quel discusso disegno di legge. Staremo a vedere se e quanto si tratti di una scelta definitiva, oppure ci saranno ripensamenti e nuovi sviluppi.
Via www.elsevier.com

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Progresso in campo medico significa certamente migliorare le tecniche diagnostiche e ottimizzare le cure per le varie malattie: una strada per raggiungere questi traguardi è rappresentata da tutto ciò che è piccolo, molto piccolo.
Ecco che un progetto di somministrazione in miniatura dei farmaci, presentato nel lontano 1999, è stato perfezionato dagli ingegneri del prestigioso MIT di Boston: abbiamo ora a disposizione una sorta di microchip, della grandezza di un’unghia, che può rilasciare in circolo a orari stabiliti la molecola farmacologica. La “siringa-chip” è stato impiantata sottocute in otto donne, affette da osteoporosi post menopausa, con risultati per ora molto positivi.
A un passo più indietro, nel senso che siamo ancora a livello di sperimentazione in laboratorio, ecco che abbiamo una sorta di “micro sonda” che potrebbe nel futuro percorrere il nostro sistema digerente, per scattare foto, per prelevare piccoli campioni di tessuto, per rilasciare farmaci in modo molto mirato [ http://goo.gl/6E1pM ]. Ma la grossa novità sta nel suo movimento: lo zinco, che rivestirebbe la sonda stessa, va a reagire con l’ambiente acido dello stomaco, producendo idrogeno che di fatto metterebbe in moto questo micro-missile. Lo zinco è un materiale biocompatibile e tutto il processo sarebbe “auto-catalitico”, ricavando l’energia necessaria dall’ambiente biologico circostante [ http://goo.gl/p3JU4 ].
Via stm.sciencemag.org

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Nessun sacro fuoco per la scrittura. Nessuna mission per diffondere la Scienza. Bensì il più prosaico desiderio di allargare gli orizzonti lavorativi e di cercare nuovi stimoli: ecco allora che circa due anni fa un biologo, fino ad allora sul bancone del laboratorio, decide di aprire un dialogo con la comunità non-scientifica, che di fatto rappresenta buona parte delle persone che gira per la strada, che lavora in fabbrica e in banca, che fa sport e fa politica. Questo è stato il Big Bang del blog La Scienza siamo anche noi, che sicuramente… [http://goo.gl/3tz5Z]
Via www.edizioniseed.it

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E’ stato lungo e complesso il dibattito su cosa siano realmente i prioni. Oggi sappiamo che forme anomale della proteina prionica, fisiologicamente presente nei neuroni, possono precipitare in aggregati insolubili, andando ad alterare le funzioni cerebrali; sappiamo anche che questa anomalia strutturale è trasmissibile da una proteina all’altra, assomigliando molto a un tipico meccanismo di infezione patogena. Si ritiene che i prioni siano alla base dell’encefalopatia spongiforme dei bovini e di una forma di malattia di Creutzfeldt-Jacob nell’Uomo. Ma il punto è, i prioni sono solamente nocivi?
E’ stato ora pubblicato uno studio che cerca di dare la risposta (definitiva?), studiando il comportamento dei prioni nelle cellule di lievito, un fungo unicellulare molto usato in laboratorio. In oltre un terzo dei 700 ceppi selvatici del fungo, raccolti in tutte le regioni del mondo, sono state identificate delle proteine prioniche, di cui due note varianti sono risultate presenti rispettivamente in 10 e 6 ceppi diversi di lievito. Viene sì confermato l’effetto negativo dei prioni sull’attività cellulare ma nel 40% dei casi le cellule infettate di lievito risultano resistere agli acidi e ad alcune tossine. Come se la proteina prionica facesse “qualcosa di buono” alla cellula ospite, modificando per esempio l’espressione di alcuni geni quando serve adattarsi a condizioni di crescita avverse. Ma questa azione è comune a tutte le varianti prioniche? Per capire meglio questi aspetti sarà necessario estendere le ricerche ad altri organismi pluricellulari, utilizzati comunemmente in laboratorio come modelli.
Via www.nature.com

Via Scoop.itMed News

Sempre in merito alla difficile interpretazione dei dati scientifici, dopo le vicende sull’invecchiamento [ http://goo.gl/2U8Ty ], ecco un altro esempio, questa volta nel campo degli RNA messaggeri. Sono queste le molecole che rappresentano il passaggio intermedio dell’informazione fra la sequenza di un gene e la proteina che esso codifica: quindi, la sequenza dell’RNA messaggero dovrebbe essere assolutamente identica a quella del gene corrispondente.
Qualche mese fa ricercatori americani scoprono che in realtà l’RNA messaggero potrebbe non essere così “fedele”: nel passaggio di trascrizione da DNA a RNA possono cioè insorgere delle modifiche di sequenza delle basi, ben più frequentemente di quanto si pensasse [ http://goo.gl/U7Z57 ]. In oltre 10 mila punti del genoma la sequenza trascritta dell’RNA non corrisponde infatti a al DNA del gene. Tuttavia, molte e immediate sono state le riserve manifestate da diversi ricercatori sul fatto che i nostri RNA potessere essere così diversi dalle sequenze stampo di DNA.
Infatti, ecco che viene ora pubblicato un lavoro metodologicamente più preciso, da parte di alcuni bioinformatici di un istituto di ricerca cinese. Da una parte viene comfermata l’esistenza di una divergenza fra DNA e RNA. Anzi, i siti incriminati sono oltre 22 mila. Tuttavia questo fatto non sembra essere un vero e proprio errore molecolare: perchè in realtà queste differenze di sequenza sono poco frequenti nelle regioni codificanti per le proteine, mentre tendono a localizzarsi negli spazi fra un gene e l’altro; inoltre, questi presunti errori si associano a specifiche sequenze del DNA, come se alla base ci fosse un preciso meccanismo moleoclare e non il semplice evento casuale.
Sembra quindi che i nostri RNA messaggeri in fondo non “sbaglino” così tanto: resta da capire quando e perchè divergono dal DNA delle nostre cellule.
Via www.nature.com

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Sembrano essere tempi duri per la comunicazione scientifica in Canada. Tanto che alcuni ricercatori, giornalisti scientifici e le relative associazioni di categoria hanno scritto una lettera aperta al Primo Ministro Stephen Harper, chiedendo una maggiore libertà di espressione.
Perché sembra che dal 2007 i ricercatori, coinvolti in progetti finanziati dallo stato canadese, prima di rispondere ai giornalisti in merito al loro lavoro debbano girare le domande agli uffici stampa dei rispettivi centri dove lavorano; il tutto per avere delle risposte il più possibile “ufficiali” e approvate dagli stessi enti di ricerca. Quindi, poca libertà alle notizie “più fresche” e ai commenti personali dei diretti interessati.
Tutto questo è stato discusso alla conferenza annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS), dove sono state denunciate delle presunte interferenze del governo canadese nella processo di divulgazione della ricerca scientifica [http://goo.gl/o0GVh ].
Come nel gennaio del 2011, quando sembra non sia stato possibile intervistare Kristi Miller che aveva appena pubblicato un lavoro sull’alto tasso di mortalità del salmone canadese [http://goo.gl/z3rvG ].
Certo il morale non è alto fra i ricercatori, e questa posizione rigida del governo canadese potrebbe di fatto creare una frattura fra la quotidiana attività scientifico-lavorativa di molte persone e l’opinione pubblica.
Via www.aaas.org

Via Scoop.itMed News

Ormai è quasi passato un anno dal terremoto e successivo maremoto avvenuto al largo della costa giapponese di Tohoku che poi, a 160 km di distanza, ha portato all’esplosione nella centrale di Fukushima, uno dei più gravi incidenti nucleari del pianeta.
Il punto è che la nota e naturale redistribuzione delle tensioni superficiali e sottostanti alla crosta terrestre, può causare nuove – probabilmente meno forti – scosse sismiche. Questo scenario è rimarcato da alcuni ricercatori del Sol levante, che registrano un significativo aumento degli eventi sismici nella zona intorno a Fukushima: ben 24.000 registrati da marzo a ottobre 2011, rispetto ai 1.300 rilevati nei nove anni precedenti.
Un altro studio guarda poi alle conseguenze dirette delle radiazioni di Fukushima sulla popolazione locale di uccelli [ http://goo.gl/wwtBQ ], incrociando i dati con quelli dell’incidente nucleare di Chernobyl. Il sisma a Fukushima è avvenuto all’inizio del periodo riproduttivo dei volatili e questo può avere contribuito alla diminuzione del numero di volatili che hanno registrato i ricercatori. Tutte le 14 specie di uccelli, presenti sia a Fukushima che Chernobyl, hanno registrato significative riduzioni, comunque più marcate nella regione giapponese rispetto a quella russa. Anche se, sul lungo periodo, possiamo oggi dire che diverse specie hanno per sempre abbandonato i cieli di Chernobyl. Cosa succederà a Fukushima?
Via www.solid-earth.net

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