Via Scoop.itMed News

Certamente, e giustamente, non tutti sono d’accordo sul fatto che invecchiare di per sé sia negativo: è innegabile che l’esperienza e il vissuto di una vita rappresentano il risvolto positivo nel passare degli anni. Tuttavia, l’invecchiamento come problema biologico è tanto argomento di grosse ricerca scientifica, quanto terreno ultimamente piuttosto minato.
Infatti, se almeno per ora rimangono validi i risultati ottenuti sui telomeri del diamante mandarino [ http://goo.gl/9RWrD ], una storia ben diversa ha avuto una ricerca genetica condotto sull’Uomo. Quando nel 2010 è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science un articolo dove veniva presentato un modello biostatistico in grado di prevedere con un’accuratezza del 77% se un individuo potesse vivere oltre i cento anni [ http://goo.gl/a0CJG ], le riserve da parte della comunità scientifica sono state molte, soprattutto in merito all’approccio metodologico impiegato. Tanto che un anno dopo, l’articolo è stato ritirato dagli stessi ricercatori.
Tanto che, lo stesso gruppo pubblica ora un nuovo lavoro, riveduto rispetto al precedente, nel quale si ribadisce che i marcatori genetici della longevità certamente esistono, ma hanno un potere predittivo inferiore (circa 60%) rispetto a quanto dichiarato nel primo articolo. Lo scenario è infatti piuttosto eterogeneo, essendo la longevità per definizione un “fenotipo complesso” sul quale interagiscono sia fattori genetici che ambientali. Per ora (è proprio il caso di dirlo, visti i precedenti), sembrano esserci ben 281 polimorfismi genetici che possono contribuire tutti insieme ad un vita ultracentenaria.
Via www.plosone.org

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