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L’infarto del miocardio è la causa più frequente di mortalità nel mondo; l’essere perciò in grado di predirne l’insorgenza rappresenta uno dei grandi traguardi della cardiologia. Ad oggi è possibile capire, attraverso test ematici, se un infarto è in corso o se e’ accaduto da poco; tuttavia, non esiste un test predittivo del rischio di infarto nel futuro più prossimo.
Ora, un gruppo di ricercatori americani ha confrontato il sangue di 50 individui, arrivati al pronto soccorso con un infarto cardiaco in atto, con quello di individui sani: è emerso come nei soggetti con infarto le cellule endoteliali circolanti abbiano una forma anomala e siano aumentate di numero. E’ stato quindi messo a punto un test nel sangue che, analizzando le cellule endoteliali circolanti, sia in grado di predire il rischio di infarto, circa 1-2 settimane prima che si verifichi: questo potrebbe essere un efficace marcatore per valutare nei pazienti il sospetto di infarto in corso oppure il rischio nelle settimane più prossime.
Diverso è il discorso invece della valutazione del rischio di infarto nella popolazione generale. La ricerca Cardiovascular Lifetime Risk Pooling Project ha preso in esame oltre 250 mila persone, lungo un periodo di 50 anni [ http://goo.gl/slaFo ]. E’ risultato che il limite per esempio di 10 anni per valutare il rischio cardiovascolare possa essere in realtà riduttivo: è questo infatti un lasso di tempo troppo breve perchè noti fattori di rischio, quali il fumo e il colesterolo, possano aumentare concretamente il rischio di infarto, per esempio in un quarantenne preso come modello; questa persona, addirittura rassicurata dall’apparente basso rischio a cui è esposta, potrebbe abbassare la guardia e trascurare gli opportuni comportamenti per mantenere un corretto stile di vita. A parte quindi possibili test predittivi per l’infarto in soggetti a rischio, solo la consapevole prevenzione a lungo termine sembra poter dare delle certezze sull’abbassamento del rischio cardiovascolare.

Via stm.sciencemag.org