Via Scoop.itMed News

Una delle principali caratteristiche della cellula tumorale è data dall’alto tasso di mutazioni genetiche a cui può andare incontro il suo genoma: questo meccanismo è alla base della comparsa, per esempio nel corso di una terapia farmacologica, di “nuove” cellule tumorali, resistenti a quel farmaco, e quindi in grado di evitare l’eradicazione del tumore stesso. Recentemente un gruppo di ricercatori si è chiesto se in realtà, alla base di tutte le resistenze farmacologiche dei tumori, vi fosse una pregressa mutazione genetica, oppure in qualche modo il processo potesse accadere al contrario. Cioè, viene prima la mutazione genetica o la resistenza di per sè?
Non è una domanda di poco conto, in quanto l’obiettivo delle terapie è proprio quello di prevenire la comparsa delle resistenze, e quindi è importante capire quando e soprattutto verso quale aspettto dell’attività del tumore ottimizzare le terapie farmacologiche. Infatti, se insorgesse sempre prima la mutazione genetica rispetto alla resistenza, ecco che bisognerebbe combattere il meccanismo molecolare che tende a modificare il DNA della cellula tumorale. Se invece, tutto non iniziasse con una resistenza su base genetica, ma fosse dovuto a una sorta di flessibilità biochimica e metabolica propria della cellula tumorale, in grado di adattarsi alle nuove condizioni, quali la risposta immunologica dell’ospite oppure la comparsa di un farmaco nel sangue, ecco che potrebbe essere di scarso successo concentrare le terapie direttamente sul DNA. I ricercatori hanno portato dati a supporto della seconda ipotesi che quindi – almeno in alcune situazioni – può rappresentare il subdolo, e talvolta vincente, processo messo in atto dal tumore. Questo, come altri studi, vanno inquadrati nell’ottica di comprendere tutti i meccanismi e i punti deboli del cancro, oltre che di individuarne le singole mutazioni, al fine di avere terapie sempre più mirate ed efficaci [ http://goo.gl/wngqG ].

Via www.plosbiology.org

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