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Questi sono tempi duri per le ricerche sull’RNA. Nel senso che sta capitando con un certa frequenza che iniziali scoperte, riguardanti le molecole di acido ribonucleico (RNA) presenti nelle nostre cellule, siano (parzialmente) sconfessate da successive indagini. E’ il caso della non completa “fedeltà” molecolare dei nostri RNA messaggeri, notizia che ha fatto tanto scalpore e che è stata oggetto di approfondimenti e rettifiche [ http://goo.gl/NFG06 ]. Tanto che, almeno per ora, si pensa che il processo di trascrizione dell’informazione genetica da DNA a RNA introduce sì delle modifiche rispetto alla sequenza originale delle basi, ma con una frequenza relativamente bassa e in regioni del DNA preferenzialmente non codificanti per le proteine.
Emerge ora un nuovo dibattito sull’RNA, che parte da lontano. A metà del 2010, un gruppo di ricercatori della Harvard University in Massachusetts aveva stimato infatti che circa 1300 geni nel topo – un numero decisamente superiore a quanto fino ad allora pensato – fossero soggetti a imprinting [http://goo.gl/uFmnR ]. E’ questo un noto fenomeno di regolazione genica, attraverso il quale i geni trasmessi dal genitore di sesso maschile e quelli trasmessi dal genitore di sesso femminile sono differentemente espressi, a livello della trascrizione da DNA a RNA. I ricercatori americani avevano quindi sequenziato le molecole di RNA messaggero presenti nelle cellule del cervello di topo per capire quale dei due alleli, fra quello paterno e quello materno, fosse effettivamente espresso.
Ma ora un secondo lavoro di tipo biostatistico mette in discussione quel dato numericamente eclatante, ottenuto nel topo: se infatti, come viene ipotizzato, nel 2010 non fossero state impiegate rigorose analisi statistiche in modo da escludere i risultati falsi positivi, ecco che in realtà sarebbe stato sovrastimato il meccanismo di imprinting nel topo. Perciò i biostatistici mettono l’accento sulla necessità di creare dei gruppi congiunti di ricercatori, sia di estrazione biologica che matematica, per poter gestire al meglio la grossa mole di risultati che ormai si ottengono dagli studi di sequenziamento molecolare.
Tant’è che i ricercatori della Harvard University, che hanno pubblicato il primo studio nel 2010, stanno ora rianalizzando il loro dati con differenti approcci statistici, ma si dicono comunque “convinti di confermare il fenomeno dell’imprinting nel topo, con le stesse proporzioni”. Ma comunque, va detto che tutto questo può far parte del meccanismo stesso della ricerca scientifica, fatta anche di prove, verifiche, errori – e dibattiti.

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