luglio 2012


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Nell’estate del 2010 e del 2011, un gruppo di ricercatori italiani ha campionato le zanzare che infestavano 8 località diverse nella zona fra Bologna e Modena, con lo scopo di studiare l’infezione dei flavivirus a RNA [ http://goo.gl/CUCiF ], veicolati da questi insetti. Dai campioni raccolti sono stati sequenziati tre diversi genomi: quello di un virus specifico degli insetti, quello del già descritto virus Usutu e, cosa più inaspettata, una sequenza genomica che ricalca in parte quella del virus dell’encefalite giapponese (JEV). Mentre i primi due sono già stati identificati in Italia e in altri Paesi europei, il JEV non era mai stato isolato dalle zanzare dell’Europa; è questo un flavivirus, trasmesso dalle zanzare ed endemico in Asia, dove è la principale causa di encefalite.

In realtà, gli stessi autori dello studio sono molto cauti su questo dato. La sequenza genomica, che corrisponde a quella identificata in alcuni ceppi di JEV isolati in pipistrelli cinesi, è infatti molto breve; inoltre è noto che flavivirus diversi presentano comunque alte omologie nel loro genoma. La sequenza individuata potrebbe non essere quella del JEV, ma di un altro flavivirus non ancora identificato. Inoltre, non è stato possibile amplificare zone più ampie del genoma né isolare in modo diretto il virus dell’encefalite giapponese nelle zanzare emiliane. Dal punto di vista epidemiologico, va detto che in Italia il sistema di sorveglianza delle malattie infettive non ha ancora registrato un caso di encefalite giapponese. Certo è che, come dichiara lo stesso dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità [ http://goo.gl/yleAB ], bisogna essere vigili, sia per approfondire questo primo riscontro scientifico che per essere pronti ad applicare eventuali misure di intervento sanitario.

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Nel 2010 il primo passo era stato quello di creare un cromosoma artificiale – cioè sintetizzato in modo chimico – all’interno di cellule che erano state in grado di svilupparsi normalmente [ http://goo.gl/pxw1a ]. Ora si è andati oltre, o meglio si è affrontato l’aspetto della “vita artificiale” da un punto di vista diverso.

Lo stesso gruppo di ricercatori impegnato nel 2010 ha infatti seguito il ciclo vitale di un batterio, simulandolo per la prima volta attraverso un computer. Tutto quello che avviene routinariamente in una cellula – cioè la sintesi di DNA e RNA, la traduzione e poi il funzionamento delle varie proteine, fino alla divisione della cellula stessa – sono stati convertiti in algoritmi di calcolo. La vita quindi di Mycoplasma genitalium, uno dei batteri più piccoli attualmente conosciuti, il cui DNA porta solamente 525 geni, è stata simulata attraverso l’impiego di 128 computer collegati fra loro.

“Attualmente, la duplicazione del batterio può essere simulata in 10 ore, producendo circa mezzo gigabyte di dati”, dichiara Markus Covert , il bioingeniere responsabile della ricerca. Immaginiamoci quanti computer e quale mole di dati serviranno per simulare l’attività dei 4.228 geni di Escherichia coli, il batterio più frequentemente impiegato in laboratorio. Certo è che l’avere a disposizione il modello virtuale di una cellula potrà velocizzare la ricerca sul ruolo dei singoli geni, sia in una cellula sana che in una malata, quale può essere quella tumorale.

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Questo è lo slogan che celebra il 28 luglio 2012 la Giornata Mondiale per la Lotta all’Epatite Virale. Obiettivo di quest’anno è di aumentare l’attenzione dell’opinione pubblica verso le persone affette da epatite (in particolare la B e la C), migliorando le conoscenze sulle modalità di trasmissione, sulle strategie preventive e sui trattamenti disponibili.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara 1,4 milioni di casi all’anno di epatite A, con un totale di 2 miliardi di persone infette dal virus dell’epatite B e 150 milioni di persone dal virus dell’epatite C. Complessivamente il numero di infezioni all’anno è in calo, ma ora queste stesse infezioni si collocano nello scenario delle patologie di tipo cronico.

Certamente l’introduzione negli ultimi decenni del materiale monouso negli ospedali, così come dei test di screening ematici e soprattutto della vaccinazione anti-epatite B ha rappresentato un grosso passo in avanti nella lotta alle epatiti virali. Tuttavia i rapporti occasionali non protetti, la tossicodipendenza e l’impiego di materiale non sterile durante l’esecuzione di piercing e tatuaggi rappresentano ancora dei significativi fattori di rischio.

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Fermo restando che si debba nel futuro cercare una cura definitiva contro l’HIV [ http://goo.gl/RoQlD ], nel frattempo è importante gestire al meglio la somministrazione dei farmaci antiretrovirali, dimostratisi efficaci nel controllare la progressione della malattia.

La Commissione Nazionale per la lotta contro l’AIDS ha quindi approvato le nuove linee guida in materia di somministrazione degli antiretrovirali, rivolte sia ai medici specialisti che seguono i pazienti HIV positivi sia alle associazioni degli stessi malati.

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“Le terapie antiretrovirali per tenere sotto controllo l’infezione da HIV sono ormai disponibili, e funzionano”, dichiara Françoise Barré-Sinoussi, presidente dell’International Aids Society [ http://goo.gl/H16Bd ]. Si stima infatti che attraverso l’impiego dei farmaci di ultima generazione il tasso annuale di mortalità per HIV sia sceso del 75% negli Stati Uniti, con oltre 700.000 vite salvate nel 2010 considerando l’impiego dei farmaci retrovirali anche nei paesi meno ricchi. Tuttavia prosegue Barré-Sinoussi, “ancora oggi meno della metà delle persone ammalate riesce ad assumere questi farmaci, per le condizioni socio-economiche in cui vive. Inoltre queste medicine hanno effetti collaterali e devono essere prese quotidianamente” [ http://goo.gl/mH5JF ].

Ecco quindi che alla conferenza internazionale AIDS 2012, attualmente in corso a Washington, si guarda al futuro con un approccio diverso, volendo ora trovare una cura definitiva e sicura contro l’infezione da HIV, che sia economica e accessibile dovunque nel mondo.

In realtà, ricercatori negli ultimi anni si sono concentrati sull’ottimizzazione delle terapie farmacologiche e sulla messa a punto di un vaccino per la malattia; solo pochi gruppi hanno portato avanti progetti mirati ad individuare “la cura” definitiva. La conferenza AIDS 2012 annuncia che è ora giunto il momento di aumentare gli sforzi, sia finanziari che nel numero di ricercatori coinvolti su questo fronte, per eradicare l’infezione da HIV nel mondo.

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Il Progetto Cuore è un’iniziativa nata nel 1998 e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che prevede la valutazione del rischio individuale e l’individuazione di idonei percorsi prognostici e terapeutici nel campo delle malattie cardiovascolari.

Dal 2004, un Piano nazionale istruisce i medici di medicina generale all’utilizzo della carta del rischio [ http://goo.gl/BuLJ5 ], attraverso anche l’impiego di un software – scaricabile gratuitamente dai medici – per la valutazione del rischio cardiovascolare e per l’invio dei dati all’ISS. Ad oggi, oltre 4.000 medici sono stati formati, con oltre 142.000 assistiti i cui dati sono stati raccolti dall’ISS.

È ora cominciata la pubblicazione on line dei dati relativi al secondo esame della popolazione italiana, in merito alla salute cardiovascolare. Complessivamente il rischio cardiovascolare globale assoluto, fra i 40 e i 50 anni di età, è del 2,9% nelle donne e 7,7% negli uomini; il rischio aumenta con l’età, dopo i 60 anni negli uomini e dopo i 50 anni nelle donne. Questa differenza è probabilmente dovuta all’effetto protettivo degli ormoni femminili che scompare dopo la menopausa, mentre aumenta l’azione dei principali fattori di rischio cardiovascolare, quali pressione, colesterolemia, glicemia, peso.

Lo 0,4% delle donne (circa 55.000 donne di età compresa fra i 35 e i 69 anni) e l’8% degli uomini (circa 1.200.000 uomini fra i 35 e i 69 anni) hanno un rischio cardiovascolare alto; tuttavia è confortante registrare come chi ha un rischio alto, solitamente a distanza di un anno riesce a migliorare la propria condizione di rischio, a dimostrazione dell’efficacia nella corretta divulgazione delle informazioni mediche e nell’azione preventiva. In questo senso, è possibile tenere sotto controllo i livelli di rischio cardiovascolare attraverso un adeguato stile di vita, ponendo in particolare attenzione alla propria alimentazione, all’attività fisica e al fumo.

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Che vi sia una stretta relazione biologica fra 10.000 specie batteriche diverse e il nostro organismo è una cosa che è stata studiata recentemente [ http://alturl.com/yqxot ]; tanto quanto i sistemi di sorveglianza sanitari del mondo sono consapevoli del fatto che la malaria “avrà probabilmente una ricomparsa in molti paesi” [ http://alturl.com/h6vk3 ]. Ora, un’altra interazione biologica – in questo caso fra i batteri che colonizzano l’intestino delle zanzare e gli stessi insetti, che sono il noto vettore dell’infezione malarica – potrebbe rappresentare una preziosa strategia nella lotta a questa malattia.

I ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora hanno scelto come obiettivo l’intestino delle zanzare, che rappresenta uno dei passaggi fondamentali nel ciclo biologico di Plasmodium falciparum, il parassita responsabile dell’infezione. Un batterio geneticamente modificato, in grado di produrre proteine antimalariche, è stato infatti somministrato alla zanzare tanto da rendere circa l’80% di esse resistenti all’infezione da Plasmodium.

Il risultato sperimentale nell’utilizzo di questo organismo geneticamente modificato (OGM) è stato quindi notevole. Vantaggi del metodo: l’introduzione in natura dell’OGM non richiederebbe particolari e costose procedure. Svantaggi: proprio il rilascio nell’ambiente di un OGM, in questo caso addirittura un microscopico batterio che potrebbe facilmente diffondersi; una prospettiva che suscita molte riserve, anche nei paesi in cui la malaria è endemica. Ecco quindi che per capire le reali potenzialità di questa strategia, volta a debellare la malaria nel mondo, bisognerà prima risolvere il dibattito sull’uso degli OGM a scopi sanitari.

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