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La virologa Fatimah Dawood del Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta ha provato a tirare le somme dell’influenza suina del 2009, causata dal virus H1N1, che secondo alcune fonti era stata presentata e affrontata con toni fin troppo allarmistici. Il gruppo coordinato dalla Dawood ha condotto le analisi in un modo apparentemente più rigoroso di quanto fatto fino a ora, tanto che i risultati devono far riflettere: nel primo anno di quella “vera” pandemia, potrebbero essere morte 284.400 persone, 15 volte il numero dichiarato ufficialmente.

Sono stati infatti analizzati i tassi di infezione e i decessi in 13 paesi diversi nel mondo, tenendo conto delle normali differenze nei tassi di mortalità esistenti fra i paesi ricchi e quelli più poveri. Se la normale influenza stagionale può causare un numero di decessi compreso fra le 250.000 e le 500.000 unità, il 90% di questi interessa persone oltre i 65 anni di età; il quadro è stato esattamente opposto per il virus H1N1, dove l’87% dei suoi morti è stato registrato in persone più giovani di 65 anni. Inoltre, la metà di tutti i decessi sono avvenuti in Africa e nel sudest dell’Asia, dove si conferma la necessità di attuare precise strategie di vaccinazione e supporto medico per quelle popolazioni.

Senza dimenticare che se buona parte della virulenza di un virus è ovviamente da attribuire al suo patrimonio genetico, anche il nostro DNA può avere un peso nel risultato finale, con un’infezione più o meno aggressiva [ http://alturl.com/6wv58 ].

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