Ambiente


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Una notizia molto preoccupante è stata pubblicata, durante le recenti vacanze estive, sulla rivista scientifica Nature. Dopo uno studio in merito alle conseguenze delle radiazioni di Fukushima sulla popolazione locale di uccelli [ http://goo.gl/7Qufb ], un gruppo di ricercatori giapponesi ha indagato 144 esemplari adulti di piccole farfalle azzurre (Zizeeria maha); queste farfalle erano state catturate, a partire da due mesi dopo l’incidente nucleare. 

Sono state studiate le prime generazioni “più vecchie” e poi quelle successive, i cui genitori erano adulti all’epoca dello scoppio dei reattori di Fukushima. Confrontando le alterazioni presenti in farfalle raccolte in luoghi diversi, si è visto che le zone con più alta quantità di radiazioni ambientali erano quelle che ospitavano farfalle co ali molto più piccole e occhi sviluppati in modo irregolare. In particolare, queste anomalie aumentavano passando dalle prime generazioni a quelle più giovani, suggerendo l’esistenza di alterazioni genetiche che venivano ereditate da una generazione all’altra. Questo studio è importante, soprattutto per le implicazioni che potrebbe avere per le altre specie, Uomo compreso ovviamente, che vivevano e vivono tuttora nella zona di Fukushima.
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Poche settimane fa sono stati presentati i risultati della commissione di scienziati giapponesi che ha indagato le modalità con le quali è stato gestito l’incidente nucleare di Fukushima [ http://alturl.com/5urtz ]. Ora due ricercatori della Stanford University hanno impiegato un modello matematico – che ha considerato i livelli di deposizione degli inquinanti radioattivi al suolo, di quanto può essere stato inalato e ingerito attraverso i cibi e le acque contaminate – per stabilire quante persone si ammaleranno di tumore nel mondo, nei prossimi 50 anni a causa di quell’incidente.

Lo studio ripercorre la successione degli eventi, dal punto di vista della dispersione degli elementi inquinanti: la maggior parte delle sostanze radioattive si è riversata da subito nel mare, tanto che dopo pochi giorni dall’incidente, oltre 11.000 litri di acqua altamente contaminata minacciava la risorsa ittica della regione. Dopo sei mesi, la radioattività era addirittura superiore a quella dell’incidente di Chernobyl. Tuttavia a un anno dal disastro, le cose sembravano un po’ migliorate, soprattutto per la popolazione sulla costa: anche grazie ai venti che hanno spirato verso il mare, l’esposizione alle radiazioni è risultata piuttosto bassa.

Considerando tutto questo il modello, per i prossimi 50 anni, ha previsto 180 nuovi casi di cancro e 130 decessi nel mondo, a causa di Fukushima. Di fatto, sono dei numeri molto bassi anche se, come sottolineano gli stessi autori, è importante ricordare come questi modelli epidemiologici non possano ancora definire precisamente il rischio per la salute. Altri studi infatti sono più pessimistici, considerando l’esposizione più a lungo termine [ http://alturl.com/zzd33 ]: tenendo conto delle piogge che potrebbero avere deposto alti livelli di inquinanti radioattivi, è stato stimato un aumento dei casi di tumore nell’ordine delle migliaia di unità, anche in Europa e in Asia. E chissà come stanno nel frattempo le 14 specie di uccelli [ http://alturl.com/zi44o ] presenti a Fukushima?

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A poco più di un anno dall’incidente nucleare di Fukushima [ http://alturl.com/35fht ], sono stati presentati i risultati dell’indagine da parte di un’apposita commissione di scienziati giapponesi, in merito alla gestione di quel disastro.

Il messaggio che si ricava dalla lettura delle 88 pagine della relazione è chiaro: le procedure di soccorso e di gestione dell’emergenza non hanno funzionato, sia a livello governativo che da parte della stessa Tepco, l’azienda che gestiva la centrale nucleare di Fukushima. Tuttavia la malagestione risale a prima dell’incidente stesso in quanto i livelli di sicurezza della centrale, costruita decenni fa, non sono mai stati migliorati. Quindi, anche un terremoto più debole di quello che si è effettivamente verificato avrebbe potuto causare un serio incidente.

Ma paradossalmente, la cultura stessa del Giappone, ligia al dovere e poco portata a mettere in discussione quanto deciso dalle autorità, può rappresentare un rischio in situazioni di questo tipo. E’ quanto emerge sempre dalla relazione che quindi non presenta solo aspetti tecnico-scientifici, ma si spinge verso una sorta di autocritica sociale. Analisi che, tutto sommato, potrebbe valere non solo per il Paese del Sol Levante.

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Un viaggio attraverso la biodiversità sulla Terra, stando davanti al computer. Ecco quanto si può fare con il sito web, sviluppato da un team eterogeneo di biologi e informatici nord americani [ http://goo.gl/g4gpT ]. Con l’attuale versione è possibile ricercare i vertebrati terrestri e i pesci, in un raggio variabile fra i 50 e i 1.000 Km; i prossimi aggiornamenti riguarderanno le piante e alcuni invertebrati.

Certamente esistono già dei programmi di questo tipo, tuttavia la novità della Map of Life sta nell’estrema interattività, che dovrebbe in breve renderlo un database estremamente aggiornato, affidabile e corposo. “Mentre stavo inserendo i dati sulle specie animali da me studiate, sapevo che altri nel mondo stavano facendo lo stesso lavoro, anch’essi da soli”, ricorda Walter Jetz, biologo alla Yale University e promotore del progetto: infatti l’idea è quella di un sito in cui ogni ricercatore possa caricare in tempo reale i propri dati sulla distribuzione territoriale di una specie vivente. Al momento 150 milioni di dati osservazionali sono consultabili e, sebbene il numero di per sé possa sembrare enorme, i ricercatori sono consapevoli che il database deve crescere ulteriormente. Anche perché nel futuro, ci potrebbe essere da inserire tutta una serie di dati genetici e ambientali, che renderebbero la Map of Life sempre più degna del suo nome.

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Abbiamo visto come ricerche, che durano anni in uno specifico settore, possano magari avere bisogno di ulteriori studi, più generali, in modo da riuscire ad avere una visione più completa di un fenomeno biologico [ http://goo.gl/AsmmF ]. Così come alcune nozioni, magari riguardanti aspetti della vita sociale, possono essere accettate senza che vi sia stata un’adeguata dimostrazione sperimentale.

Sul fatto che vivere in campagna non possa fare che bene, nessuno ha mai avuto dubbi. Ma solo un gruppo di ricercatori finlandesi ha pensato di valutare lo stato allergico di 118 ragazzi, metà dei quali sono nati e hanno vissuto da sempre in una zona rurale nell’est della Finlandia mentre l’altra metà è nata e vive in città. Mediante tamponi cutanei, si è visto che i ragazzi delle campagne hanno una flora batterica più varia sulla pelle, rispetto ai compagni delle città; inoltre le molecole, che tipicamente promuovono le reazioni allergiche, sono presenti in livelli significativamente inferiore nel sangue dei ragazzi che vivono nelle zone rurali, rispetto a chi vive in città. Proseguendo nel loro rigoroso approccio sperimentale, i ricercatori hanno quindi stimato il grado di biodiversità nei due ambienti di provenienza della popolazione di studio, dimostrando come il numero di specie diverse di piante sia significativamente superiore nella campagna rispetto alla città.

Viene quindi evidenziata una possibile relazione fra la biodiversità ambientale e le allergie: infatti molte molecole presenti nell’ambiente si comportano da allergeni al primo contatto, per esempio quando siamo adulti, dal momento che il nostro sistema immunitario – magari relegato in un ambiente cittadino – non è stato opportunamente stimolato nell’età giovanile. Probabilmente “già risaputo”, ma solo ora scientificamente dimostrato.

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* Scopo: sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della salvaguardia ambientale
* Per chi: 1 miliardo di persone, in 192 paesi
* Da seguire: il canale tematico What a Wonderful World [ http://goo.gl/Ml4Ut ]
* Per imparare: Earth Day Network [http://goo.gl/fcEW ]
* Da fare: organizzare un piccolo evento green, magari un picnic [ http://goo.gl/tOXHb ]
E ricordiamoci che la Salute dell’ambiente va di pari passo con la nostra.

See on www.giornatamondialedellaterra.it

Via Scoop.itMed News

Ormai è quasi passato un anno dal terremoto e successivo maremoto avvenuto al largo della costa giapponese di Tohoku che poi, a 160 km di distanza, ha portato all’esplosione nella centrale di Fukushima, uno dei più gravi incidenti nucleari del pianeta.
Il punto è che la nota e naturale redistribuzione delle tensioni superficiali e sottostanti alla crosta terrestre, può causare nuove – probabilmente meno forti – scosse sismiche. Questo scenario è rimarcato da alcuni ricercatori del Sol levante, che registrano un significativo aumento degli eventi sismici nella zona intorno a Fukushima: ben 24.000 registrati da marzo a ottobre 2011, rispetto ai 1.300 rilevati nei nove anni precedenti.
Un altro studio guarda poi alle conseguenze dirette delle radiazioni di Fukushima sulla popolazione locale di uccelli [ http://goo.gl/wwtBQ ], incrociando i dati con quelli dell’incidente nucleare di Chernobyl. Il sisma a Fukushima è avvenuto all’inizio del periodo riproduttivo dei volatili e questo può avere contribuito alla diminuzione del numero di volatili che hanno registrato i ricercatori. Tutte le 14 specie di uccelli, presenti sia a Fukushima che Chernobyl, hanno registrato significative riduzioni, comunque più marcate nella regione giapponese rispetto a quella russa. Anche se, sul lungo periodo, possiamo oggi dire che diverse specie hanno per sempre abbandonato i cieli di Chernobyl. Cosa succederà a Fukushima?
Via www.solid-earth.net

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