Nutrizione


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Ecco un esempio tutto italiano – dall’Università di Pavia – di conoscenze scientifiche trasferite alla vita quotidiana. Miconet, uno spin-off accademico fondato da 8 ricercatori provenienti dalla micologia, dalla botanica e dalla fisiologia, guarda con particolare attenzione alla nostra salute alimentare.  Il background scientifico di questi ricercatori consente infatti di monitorare costantemente le proprietà funzionali e le caratteristiche nutritive di specifici prodotti che vengono poi proposti sul mercato: avremo quindi la possibilità di scegliere alcuni funghi dalle particolari proprietà officinali e vari alimenti derivati da essi.
See on www.miconet-italy.com

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Dopo il concetto, comunemente diffuso ma solo recentemente indagato dal punto di vista scientifico, che vivere in campagna fa bene alla salute [ http://goo.gl/Gn56K ], ecco che si fa luce sull’altrettanto noto effetto benefico degli omega-3. Perchè questi acidi grassi fanno bene, tanto che è possibile acquistarli in associazione a composti multivitaminici e negli integratori alimentari?

Gli omega-3, naturalmente presenti nel pesce, sono da sempre associati a effetti benefici per l’organismo; è noto per esempio come gli Eschimesi, la cui dieta è primariamente a base di pesce, mostrano un’incidnza di malattie cardiovascolari significativamente inferiore alle popolazioni che si nutrono principalmente di carne bovina. Gli omega-3 sono un componente fondamentale delle membrane cellulari, ma solo con la ricerca di un gruppo di farmacologi e biochimici della University of California si è potuto osservare da vicino queste molecole, comprendendone alcuni meccanismi di azione.

Macrofagi di topo, specifiche cellule presenti normalmente nel sangue dei mammiferi, sono stati nutriti in laboratorio con tre differenti tipi di acidi grassi, due dei quali erano omega-3. Queste cellule sono state poi stimolate in modo da indurre una tipica risposta infiammatoria: si è quindi osservato come gli omega-3 interferiscano con alcune molecole pro-infiammatorie, riducendo la risposta biologica della cellula stessa; tanto che questo meccanismo è stato paragonato a quello dell’aspirina, un tipico farmaco antiinfiammatorio. In realtà però l’azione degli omega-3 non è poi così ad ampio raggio: infatti questi stessi acidi grassi possono stimolare indirettamente altre molecole che, attraverso la mediazione degli stessi macrofagi, rafforzano invece la risposta infiammatoria locale. Ecco quindi che gli omega-3 sembrano avere un duplice – e in parte opposto – ruolo nei meccanismi dell’infiammazione: questi aspetti dovranno certamente essere approfonditi, perchè gli omega-3 potranno rappresentare dei potenziali bersagli per nuovi farmaci antiinfiammatori, più mirati, e quindi con meno effetti collaterali.

See on www.pnas.org

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Dopo gli studi sul recettore di crescita BDNF, responsabile della trasmissione del segnale di “sazietà” a livello dell’ipotalamo [ http://goo.gl/TbwWE ], sono ora presentati i risultati di un grosso studio su quasi 13.000 bambini, volto a identificare le basi genetiche dell’obesità infantile [ http://goo.gl/bo8OJ ].
E’ questa la prima ricerca che si concentra sui bambini in sovrappeso, ma senza alcuna altra patologia che ne possa spiegare la causa. Certamente gli stessi fattori di rischio (quali alimentazione e vita sedentaria) esistenti per l’obesità dell’adulto sono validi anche nel bambino, tuttavia studi sui gemelli hanno suggerito l’esistenza di qualcos’altro su base genetica. Lo studio, partito dal Children’s Hospital di Philadelphia, al momento ha confrontato il DNA di circa 5.530 bambini obesi con quello di 8.318 bambini con peso e indici di massa corporea (BMI) nella norma. Due geni in particolare (OLFM4 e HOXB5), fino a ora mai implicati direttamente nell’obesità, sono stati significativamente associati al rischio di essere sovrappeso, a partire dall’infanzia. Come sempre in questi casi, l’identificazione di nuovi geni correlati con il fenotipo di interesse – qui, l’obesità – rappresenta solo il primo passo: da ora, bisognerà confermare questi dati e capire cosa fanno realmente questi geni per portare in alcuni casi a un aumento patologico del peso corporeo.

See on www.nature.com

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L’indice di massa corporea (BMI) è un dato numerico che tiene conto del peso e dell’altezza di ogni soggetto: consente di stabilire il peso forma per ognuno di noi e si avvicina quindi al concetto comune di “buona linea”. Alcuni tipi di cioccolato, sebbene questo sia un alimento altamente calorico, sono noti per avere effetti benefici sulla salute – per esempio sulla pressione sanguigna e sul colesterolo – tanto quanto tuttavia se ne può diventare dipendenti.
Ora viene pubblicato uno studio secondo il quale mangiare cioccolato fa bene al nostro indice di massa corporea. Oltre mille adulti americani, non affetti da problemi cardiovascolari, hanno risposto a un questionario in merito alle loro abitudini alimentari e agli stili di vita; negli stessi è stato poi calcolato il BMI. Ne è risultato che chi mangia più frequentemente cioccolato, anche in assenza di un’aumentata attività fisica, presenta un indice di massa corporea più basso rispetto a chi è meno goloso di questo alimento.
Certamente il risultato è piuttosto eclatante. Ma non mancano alcune ombre su questo studio: primo fra tutti il fatto, ben noto negli studi clinici, che spesso le persone dicono qualche bugia in merito a quanto e come mangiano; inoltre, per ora solo pagando una quota si ha la possibilità di accedere ai dati grezzi della ricerca. Comunque, gli autori dello studio auspicano un vero trial clinico nel quale dare il cioccolato a un gruppo di persone, lasciando un altro gruppo con una dieta priva di cioccolato e andando a monitorare nel tempo il loro BMI. A noi per ora, non resta che avvicinarci alle vacanze pasquali con animo (forse) un po’ più sereno.

Via archinte.ama-assn.org

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La frittura con olio è parte della dieta mediterranea: ecco allora che oltre 40.000 adulti spagnoli sono stati seguiti per circa 11 anni, registrando le loro abitudini alimentari e le patologie cardiovascolari che sono comparse nel frattempo. Ne è risultato che l’impiego di olio fritto, sia esso di oliva che di semi di girasole, non si associa ad un aumentato rischio né di patologie cardiovascolari, né di decessi.
Questo, sebbene si sappia che il cibo fritto, dopo avere assorbito il grasso degli oli di cottura, rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiache, ipertensione e obesità; gli stessi ricercatori spagnoli sottolineano come il loro studio sembra sfatare questa associazione negativa. Quindi, almeno per ora, una buona notizia sulla nostra tavola.
Via www.bmj.com

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Dati molecolari e proteici sono integrati per capirne meglio gli effetti benefici…
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Uno studio sulla mortalità e sulle abitudini socio-economiche, nel 1881 presso la città canadese di Montreal, ci dice che l’allattamento al seno ha favorito la sopravvivenza dei neonati, proteggendoli dalle infezioni legate a condizioni igieniche spesso non ottimali; al contrario, lo svezzamento precoce con una repentina sostituzione del latte materno a favore di cibi più solidi non faceva bene alla salute dei bambini. Inoltre, un prolungato allattamento al seno poteva evitare le gravidanze molto ravvicinate, il tutto a vantaggio della salute femminile.
E’ stato possibile condurre questo studio a Montreal perchè dalla fine dell’800 era in vigore un preciso registro della polazione residente, che comprendeva tre comunità ben distinte (franco-canadese, irlandese-cattolica e irlandese-protestante), per le quali sono stati studiati i diversi stili di vita.
Via www.tandfonline.com

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Ma di sviluppo scientifico e tecnologico, attraverso una precisa cooperazione…
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Per la prima volta, emerge come il pesce lesso o cotto al forno possano migliorare le capacità cognitive, riducendo il rischio di sviluppare l’Alzheimer. Il pesce cucinato in questo modo e mangiato almeno una volta alla settimana è in grado infatti di conservare il volume della materia grigia, cioè l’insieme dei corpi cellulari dei neuroni. L’integrità di questa regione è indice di buona salute del nostro cervello. Non si possono attribuire invece questi benefici al pesce fritto.
Al momento l’Alzheimer è una patologia incurabile, che vede la progressiva perdita di memoria e delle capacità cognitive; oltre 5 milioni di americani ne sono affetti.
Via www.rsna.org

Radiografia del torace con una severa bronco-pneumopatia cronica ostruttiva (Cortesia James Heilman, MD).

Fanno bene in alcune malattie respiratorie croniche.

Eravamo rimasti che i broccoli in qualche modo potevano avere a che fare con il nostro DNA: o meglio, è stato dimostrato che alcune molecole di micro-RNA di origine vegetale (fra cui riso, broccolo e cavolfiore) sono presenti nel nostro sangue, a concentrazioni addirittura superiori a quelle dei micro-RNA umani più abbondanti. Essendo le sequenze di questi micro-RNA vegetali complementari a quelle di alcuni geni dei mammiferi, è stata quindi ipotizzata e supportata da alcune evidenze sperimentali l’interazione molecolare fra sequenze di origine così diversa. Oggi sembra che gli stessi broccoli possano avere effetti positivi contro le malattie respiratorie croniche. (altro…)

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