Psicologia


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Sono stati analizzati i risultati di 14 studi, condotti fra il 1985 e il 2008, in merito alle modalità di gioco nei bambini fra i 6 e i 10 anni [ http://alturl.com/3i8ku ]: sono riprese video di 5 minuti durante le quali, attraverso un preciso protocollo di lavoro, vengono valutati il comportamento, la tipologia di emozioni, il grado di immaginazione verbale e posturale, manifestate dai bambini durante una seduta di gioco con mattoncini e pupazzetti, rimasti sempre gli stessi per tutti gli anni dello studio.

Nell’arco di questi vent’anni, sono certamente cambiate le abitudini sociali e familiari, e quindi anche quelle dei bambini: è stato infatti dimostrato che è diminuito il tempo dedicato al gioco più libero, quello non guidato da stimoli esterni. Infatti è contemporaneamente aumentato il tempo dedicato alla televisione, all’utilizzo del computer e di internet, anche per scopi ludici. Questo forti, e in parte già precostituiti, stimoli esterni non sembrano però avere inciso sull’immaginazione dei bambini. Le due psicologhe americane, autrici dello studio, sottolineano addirittura che i bambini riescono ad auto-coinvolgersi ancora di più nei loro giochi, manifestando sentimenti più positivi che in passato. Ovviamente, ci tengono a precisare, questi comportamenti ludici non hanno nulla a che fare con il grado di intelligenza individuale.

Quindi, l’ammonimento finale – quasi materno – degli psicologi è quello di lasciare assolutamente il tempo di giocare ai bambini: nella nostra società ormai è poco, però è importante per il loro equilibrio, per la loro crescita e per sviluppare un atteggiamento costruttivo nei confronti dei successivi stimoli nella vita quotidiana.

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Via Scoop.itMed News

– C’è un’appendicite alla stanza 2 e una resezione alla 3 – questo e’ quello che si può sentire nelle corsie degli ospedali. Questo e’ quello che emerge da una revisione di vari studi, in merito al rapporto medico-paziente e alla gestione degli aspetti più psicologici legati alla malattia: cioè un quadro di “de-umanizzazione”, a seguito del quale in alcuni casi il paziente viene solamente visto, e soprattutto approcciato, come un caso clinico da curare.
Questo processo di “de-umanizzazione appare endemico nell’attuale pratica clinica”, dichiarano gli autori dello studio, con conseguenze negative sulla corretta gestione clinica a medio e lungo termine dei malati. Il rapporto medico-paziente, di fatto sempre e solo due persone, viene quindi penalizzato e “il mare di camici bianchi” nell’ospedale viene percepito, sia dai malati che dai parenti, come una ulteriore preoccupazzione, accanto a quella per lo stato di salute. Tuttavia gli autori individuano precise situazioni nella pratica medica, nelle quali può essere opportuno un certo “distacco” da parte del personale medico: l’attività di emergenza, nel primo intervento, può infatti richiedere una pronta, ben precisa e corretta azione che può andare a discapito del rapporto con il paziente. Ma in questi casi, ciò che conta è focalizzarsi completamente sull’urgenza clinica – e risolverla, il che puo’ significare salvare una vita. E’ perciò auspicabile secondo gli autori dello studio un comportamento più distaccato in queste situazioni, poichè questo può aiutare lo stesso personale medico e para-medico a contenere i propri livelli di stress, di fronte alle continue emergenze.

Via m.pps.sagepub.com

Per l'avventura: vento in poppa e il gene giusto (Cortesia Kevin Murray).

Dal nomadismo all’infedeltà: tutto nel DNA.

(Roberto Insolia – Corriere del Ticino Web+)

Immaginiamo che esista il gene dell’avventura e che sia alla base di quell’istinto che ci fa abbandonare tutto e tutti per andare lontano. Perché è innegabile che Marco PoloCristoforo Colombo e Bruce Chatwin fossero uomini con lo spirito d’avventura realmente nel sangue. Ma attenzione: siccome tutti noi umani abbiamo gli stessi geni nel nostro DNA, a qualunque età e a qualunque etnia apparteniamo, la questione dev’essere un po’ più sottile.

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Risonanza magnetica: le zone colorate sono aree del cervello più attive (Cortesia I.Washington).

Nuove mappe del cervello per le nostre letture.

In genere si impara a leggere durante l’infanzia. Grazie a un complesso processo cognitivo ognuno inizia a decifrare attraverso la vista dei simboli scritti. Questi inducono la produzione di segnali chimici nel cervello e le molecole chimiche sono poi “tradotte” in parole, messaggi ed emozioni. Ma che cosa succede nel nostro cervello quando impariamo a leggere? (altro…)