Estraiamo il DNA? (Cortesia brewbooks).

In ginocchio, a raccogliere terra per studiare la biodiversità.

 

Fra i più recenti sequenziamenti genomici abbiamo avuto quelli del frumento e della formica, del cacao e della fragola, persino dell’Uomo di Neanderthal, senza poi dimenticare il nostro, quello di Homo sapiens, anche se ormai un po’ datato. In tutti questi casi, da cosa si è partiti per estrarre il DNA? Sicuramente da un campione biologico perfettamente integro oppure, quando ovviamente fosse stato più difficile come nel caso dei Neanderthal, da qualche reperto comunque ben definito e isolato per lo scopo. Ecco, proprio tutto quello che non è stato fatto dal biologo evolutivo Eske Willerslev, della University of Copenhagen. Dopo avere sequenziato il genoma di un antico uomo, abitante la Groenlandia circa 4 mila anni fa e il cui DNA è stato estratto dai capelli, il biologo danese ha deciso infatti di sporcarsi le mani; nel vero senso della parola. (altro…)

Alghe nel Mare dei Sargassi. (Cortesia Ocean Explorer/NOAA)

Un polverone di numeri e opinioni sul censimento delle specie presenti sulla Terra.

Stimare nel modo più corretto la biodiversità sul nostro pianeta: è quanto ha fatto l’ecologo Camilo Mora su PLoS Biology , dichiarando che 8,7 milioni di specie eucariotiche, con uno scarto di più o meno 1,3 milioni, sono presenti sulla Terra. E se lo stesso Mora ammette a un certo punto che la sua è una “curiosità scientifica”, questo non significa che il censimento terrestre sia una cosa di poco conto. Infatti, se qualcuno dallo spazio arrivasse sulla Terra, cosa ci chiederebbe come prima cosa? “Quanti siete? Quante forme di vita diverse ci sono sul vostro pianeta?”, dichiara sicuro lo zoologo Bob May, della University of Oxford.

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I microfossili , da cui forse è iniziato tutto (Cortesia D. Wacey/UWA).

Qual’è la “curiosità scientifica” di Camilo Mora, ecologo alla University of Hawaii, come da lui stesso dichiarato? E’ quella di stimare nel modo più corretto la biodiversità sul nostro pianeta, cioè il numero di specie presenti sulla Terra. Perciò ha messo a punto un nuovo metodo di predizione e su PLoS Biology dichiara che 8,7 milioni di specie eucariotiche, con uno scarto di più o meno 1,3 milioni, sono presenti sulla Terra (quindi, non ha considerato tutte le forme batteriche). Il nuovo approccio di valutazione della biodiversità messo a punto da Mora appare piuttosto logico: infatti è stato evidenziato come l’attuale stima ai livelli (taxa) più alti sia tutto sommato piuttosto affidabile; mentre scendendo nella gerarchia di classificazione ai livelli più bassi, per esempio a quello di specie, sembra che non ci sia limite alla scoperta di nuove specie. E’ stato quindi posto un ragionevole limite massimo al numero di taxa superiori, e da lì si sono stimato i numeri a seguire, nei livelli di classificazione inferiore.  (altro…)

Foresta pluviale: per quanti anni ancora? (Cortesia Kevin Murray).

Previsioni più ottimistiche sulla scomparsa delle specie.

(Roberto Insolia – Corriere del Ticino Web+)

Sappiamo bene quanto ogni specie sia strettamente legata al proprio habitat: laddove infatti accadono dei cambiamenti climatici o geografici più o meno improvvisi (che nella scala temporale della natura possono significare anche migliaia di anni), ecco che gli animali e le pianti endemiche ne possono risentire fino ad arrivare all’estinzione. Ma non è semplice stabilire in che modo e in quanto tempo ciò possa accadere. Gli ecologi non possono far altro che usare un metodo di analisi indiretto, quello delle curve specie-area: in questo modo viene stabilita una relazione fra il numero di specie identificate in un dato habitat e la sua ampiezza. Questa relazione, rappresentabile graficamente con una curva, viene poi invertita per prevedere quante specie si estinguono al progressivo ridursi di un dato habitat. Certo tutto piuttosto logico.

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Foresta amazzonica (Cortesia Carnegie Airbone Observatory, 2009)

Con nuove mappe molto colorate.

(Roberto Insolia – Corriere del Ticino Web+)

Se guardassimo dall’alto le fronde di una rigogliosa foresta, vedremmo molto probabilmente un fitto tappeto dal verde intenso. Ma se fossimo su una sorta di osservatorio volante dotato di un laser e di un sensore ottico in grado di quantificare diversi composti, fra cui il carbonio, sarebbe tutto diverso: più colorato, qualcuno potrebbe anche dire più artistico. Quasi un caleidoscopio cromatico che potrebbe essere molto informativo in merito alla biodiversità dell’ecosistema.

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Draba aizoides (Cortesia: apollonio&battista)

Quando anche un’attività piuttosto “bucolica” come l’arrampicata su roccia sembra avere effetti negativi sulla flora locale.

(Roberto Insolia – OggiScienza)

È tarda mattina, il sole riscalda in pieno la falesia nel massiccio del Giura in Baviera, ma ormai i rocciatori sono in cima. Appagati dall’arrampicata, si preoccupano di raccogliere le corde e di prepararsi per la discesa. Ma si saranno anche preoccupati della flora che hanno incontrato lungo la parete? E comunque, perchè avrebbero dovuto? In fondo si sono solamente dedicati all’arrampicata, un’attività che tutti noi definiremmo molto faticosa, ma certamente “amica” dell’ambiente. In verità, sembra non essere proprio così, almeno leggendo l’articolo pubblicato sulJournal of Applied Ecology dai biologi Frank Vogler e Christoph Reisch dell’Istituto di Botanica dell’Università di Regensburg in Germania. Da una parte abbiamo i monti del Giura, con pareti disseminate di vie da scalare e cime raggiungibili solo arrampicandosi sulla nuda roccia; dall’altra, una piccola pianta sempreverde, Draba aizoides, originaria dell’Europa e del Caucaso, il cui ultimo habitat europeo è appunto rappresentato dalla catena montuosa del Giura.

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Ma conta anche la qualità.
Le riserve marine sono forse come le ciliege, tanto che una tira l’altra? Gli scienziati sono forse come i bambini, tanto che non smetterebbero mai di mangiare ciliege? Perché sembra che queste riserve, dette anche aree marine protette (AMP), non siano certamente poche. Tuttavia non sempre funzionano al meglio. (altro…)